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Blockchain ed applicazioni in agricoltura - Parte 2, l’evoluzione: dal Bitcoin agli Smart Contracts

Nella prima parte abbiamo analizzato cosa sia la blockchain e come si sia sviluppata. Si è visto che, nella sua prima versione, era di fatto un archivio di informazioni che, attraverso un particolare tipo di tecnologia, rendeva la memorizzazione dei dati in esso contenuti trasparente, immutabile ed aperta a tutti, senza necessità di intervento da parte delle autorità centrali di controllo.

La storia della blockchain

Nata come libro mastro per registrare le transazioni dell’allora nascente moneta virtuale Bitcoin, a seguito del grande successo di questa criptovaluta, la blockchain è stata modificata ed ampliata per dare supporto a nuove monete digitali e, soprattutto, per uscire dal mondo Fintech ed approdare in quello dell’industria.

Fu così che, dopo il Bitcoin, nacquero un gran numero di altre valute (si stima ad oggi oltre duemila), dai nomi a volte fantasiosi, quali Ripple, Litecoin, Zcash e così via. In alcuni casi, si trattava di semplici “fork”, ossia di mere copie della stessa tecnologia su cui era basato il Bitcoin originale. In altri casi, invece, furono aggiunte migliorie sostanziali, talora in termini di sicurezza o di remuneratività della valuta, talaltra relative alle modalità di funzionamento della blockchain che vi dà supporto.

Il punto di svolta fu l’anno 2014 con la pubblicazione della nuova valuta Ethereum, la cui blockchain era basata sul nuovo concetto di “smart contract”: la rivoluzione fu tale da portare gli addetti ai lavori a parlare di blockchain 2.0. Semplificando, la blockchain basata su smart contracts differisce, rispetto a quella classica, nella modalità di generazione di nuove monete: se con Bitcoin la remunerazione avviene per premiare lo sforzo computazionale fatto per integrare le nuove transazioni nella blockchain, in Ethereum viene remunerata l’elaborazione di piccole porzioni di codice software, memorizzate nella blockchain stessa, che, per definizione, devono avere una logica contrattuale, ossia devono essere parte di un programma i cui effetti possono determinare o meno una transazione al verificarsi di certe clausole.

Dagli smart contracts alla blockchain “permissioned”

Con gli smart contracts, la blockchain diviene quindi ampiamente programmabile e declinabile in applicazioni diverse rispetto alle transazioni dei flussi di cassa, aprendosi così all’esplorazione da parte dell’industria tradizionale. Attraverso la progettazione intelligente di questi contratti, infatti, fissando condizioni comuni e predeterminate dalle parti (quali termini di pagamento, privilegi, riservatezza, ecc.), si riescono a ridurre al minimo le eccezioni e la necessità di interporre intermediari fidati per la loro risoluzione, oltre che i costi correlati alle frodi, alla risoluzione delle controversie, all’arbitrato, nonché quelli di esecuzione e transazione: si consideri, infatti, che questo tipo di contratto è stato pioneristicamente riconosciuto anche dal diritto italiano, col Decreto Legislativo del 14/12/2018 n. 135, convertito poi nella Legge 11/02/2019 n. 12.

La blockchain diviene così uno strumento in grado di recepire, certificare, proteggere e far eseguire pagamenti ed ogni altra attività o condizione programmabile, mantenendo le caratteristiche di immodificabilità già viste, per di più in modo vincolante per tutti gli elaboratori coinvolti e, soprattutto, senza il supporto di autorità esterne o intermediari umani.

Proprio quest’ultimo punto, però, poteva rappresentare un fattore di diffidenza da parte delle aziende verso questa tecnologia. Se da un lato, infatti, gli aspetti di immediatezza, trasparenza, certezza nella formazione, monitoraggio ed esecuzione di contratti e decisioni appaiono estremamente accattivanti alle industrie (e ai loro clienti), dall’altro vi è la tendenza, insita nel concetto stesso di blockchain, a sottrarsi ad ogni forma di controllo esterno e di garantire la necessaria privacy per i dati riservati.

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Per risolvere anche questo problema, è stata infine introdotta la definizione di blockchain privata o “permissioned”. Si tratta di una blockchain strutturata in modo del tutto analogo a quanto già visto, ma nella quale i nodi che vi operano devono essere prima autorizzati da parte di un’autorità centrale. Così facendo, le aziende ottengono uno strumento più sicuro rispetto alla versione originale pubblica che permette di avere buoni livelli di segretezza, controllando chi può accedervi e chi può visualizzare i dati registrati.

Con l’introduzione degli smart contract e delle blockchain permissioned, ci sono tutti gli ingredienti per poter applicare questa tecnologia alle realtà produttive. Vedremo in seguito con quali modalità, andando ad analizzare, anche attraverso casi reali, quali problemi vengono risolti e qual è il valore aggiunto che viene apportato.

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